Uno dei più emozionanti monologhi che siano mai stati recitati in un film, le battute più memorabili che rimarranno per sempre scolpite nella storia del cinema.
Un grande Rutger Hauer che interpreta Roy Batty, il capo dei Replicanti nel capolavoro assoluto del cinema di fantascienza....
Blade Runner di Ridley Scott. Un miracolo per l'occhio. Un orgasmo per l'osservatore, per chi del cinema non ama soltanto il piano narrativo, il racconto, ma anche e soprattutto, il piano visivo.
Un'opera che taglia letteralmente lo sguardo, che rimane affascinato e si perde in ogni singola inquadratura.
Si potrebbe definire "fantascienza d'autore", o "fantascienza artistica", quella che il maestro Ridley Scott realizza. Un genere da sempre considerato di evasione, rivalutato e connotato di sensi e significati profondi e filosofici.
Quando Blade Runner uscì nelle sale, il pubblico della fantascienza si era di nuovo abituato al genere, grazie a film come "Star Wars" di George Lucas, "2001: Odissea nello spazio" di Stanley Kubrick, "Incontri ravvicinati del terzo tipo" di Steven Spielberg, "Solaris" di Andrei Tarkovskij e "Alien" dello stesso Ridley Scott. Film che, chi più chi meno, danno molta soddisfazione. Ci sono i laser, ci sono i robot, gli alieni, le astronavi, le galassie inesplorate, i viaggi nel tempo e nello spazio, temi basilari della letteratura e della cinematografia fantascientifica. Poi arriva un film nietzscheano, una distopia filosofica, tetra ed esistenziale, che stravolge i canoni della "science fiction". Un film sporco, con personaggi sporchi. E c'è la bellezza sporca del bagnato, del lurido, dei marciapiedi, dei tombini, della strada. L'idea romantica dell'essere a terra e dello stare a terra.
All'origine del film c'è uno dei migliori romanzi del padre della letteratura di fantascienza, Philip Dick, "Do androids dream of electric sheep?", noto in Italia come "Il cacciatore di androidi".
Blade Runner ci racconta la storia di Rick Deckard, interpretato da Harrison Ford, un cacciatori di androidi appunto, nella Los Angeles del 2019. La sua missione è eliminare alcuni replicanti sfuggiti al controllo della compagnia costruttrice, la Tyrell Corporation.
L'idea geniale del film è l'inserimento di un detective anni '40 in un contesto futuristico. Schivo, scontroso, munito dell'inseparabile pistola, vestito col classico impermeabile di un detective o di un ispettore di polizia, come Colombo, Callaghan, Maigret e tanti altri.
Ma ciò che sorprende è la qualità premonitrice di questo film. La sua capacità di anticipare il nostro futuro e le nostre inquietudini, proponendoci una società multietnica e stratificata che è ormai diventata la nostra quotidianità.
Questo futuro non è incontaminato come quello di "Star Trek". Qui si iniziano a vedere i lati negativi della società e dell'umanità.
Si vede un futuro molto diverso dai futuri che abbiamo visto prima, un futuro che appare molto credibile. Non solo differente. Non sembra essere diverso solo per essere diverso. Sembra che qualcuno avesse capito come saremmo andati a finire. Qualcuno ha guardato nel futuro e ha detto: "Sapete molto probabilmente andrà a finire così!".
Nessun film dopo "Metropolis" di Fritz Lang è riuscito a proporci un'immagine così convincente della vita futura, con il suo mix realistico di progresso tecnologico e degrado ambientale.
Il romanticismo stile noir di Blade Runner è uno degli aspetti inconfondibili di un film che ci propone un'immagine notturna di una metropoli cupa, angosciosa, inquinata da una pioggia incessante e dalla sensazione di una notte perpetua.
Si parla di look alla Blade Runner, di
visione del futuro alla Blade Runner. Questo basta per definire una certa iconografia. La Los Angeles del 2019, prevista nel film, è talmente influenzata da un'estetica asiatica, al punto che ci sono enormi cartelloni illuminati con donne truccate da geisha che parlano.
La sovrappopolazione, le scene della folla così ricca e varia, e i dettagli sono estremi, dal design delle copertine delle riviste, al design del look dei punk, degli Hare Krishna, dei venditori biologici. Tutto ha un design. Un incrocio tra Tokyo, Honk Kong e la zona di Piccadilly Circus a Londra.
Blade Runner è uno di quei film che non accusano il peso del tempo, nonostante sia praticamente l'ultimo film di fantascienza realizzato utilizzando modellini, miniature ed effetti ottici, senza l'ausilio della computer grafica. L'ultimo film "analogico" della fantascienza.
La cura degli effetti, la particolarità dell'illuminazione, la colonna sonora di Vangelis fanno di Blade Runner un film unico ed irripetibile, che ha avuto un'influenza enorme nel cinema degli ultimi 25 anni, ma anche nel mondo della musica, del costume, della moda, dell'architettura.
Senza questo film non ci sarebbe stato "Brazil" di Terry Gilliam, per non parlare di "Matrix" dei fratelli Wachoswski, e di tutto il filone "cyberpunk".
Ma lo straordinario impatto visivo del film non deve mettere in secondo piano il lavoro degli attori che hanno dato un contributo sostanziale come nel caso delle giovani Daryl Hannah e Sean Young.
Una scommessa vincente è stata quella di affidare la parte del leader dei replicanti al semisconosciuto Rutger Hauer che ha davvero portato un valore aggiunto al film. Nella scena della morte di Roy Batty, la scena cult per eccellenza, il suo contributo è stato decisivo, è lui che di sua iniziativa si porta una colomba sul set e improvvisa la battuta storica.
La dimensione esistenziale è confusa, umani e androidi condividono la stessa incertezza riguardo alla propria natura.
Sono certo di me stesso perché il mio pensiero me lo conferma, non si può dubitare di se stessi ma chi mi sta di fronte è un soggetto come me o piuttosto... un cyborg?
Il "cogito ergo sum" di Cartesio non basta più ad avere certezza di se stessi. Queste sono le domande che assillano Rick Deckard.
L'aspetto più importante della nuova e definitiva versione voluta da Scott, il Final Cut, è l'insinuazione del sospetto che il protagonista possa essere proprio ciò che deve uccidere, un replicante. Un sospetto suggerito da una sequenza in prospettiva, quella dell'unicorno.
Questa sequenza però può essere vista come un simbolo. Ed è questo il bello. Il simbolo è ambiguo. Ogni interpretazione personale è lecita e può essere una chiave di lettura. Non deve per forza significare che anche Deckard è un replicante. Se lo si pensa, si ha già sbagliato. La cosa interessante è l'interrogativo. La risposta è stupida.
In ultima analisi Blade Runner è essenzialmente un'opera di avvertimento. Ci dice di stare attenti. Ci dice: "Guardate dove siamo diretti. Guardate cosa siamo capaci di fare e di farci a vicenda. Non siate dei Replicanti. Non siate persone che obbediscono agli ordini e sparano alle spalle. Siate in contatto con la vostra empatia. Siate umani... più umani degli umani appunto".




























