lunedì 14 giugno 2010

Più umano dell'umano.

"Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione... e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire."




Uno dei più emozionanti monologhi che siano mai stati recitati in un film, le battute più memorabili che rimarranno per sempre scolpite nella storia del cinema.
Un grande Rutger Hauer che interpreta Roy Batty, il capo dei Replicanti nel capolavoro assoluto del cinema di fantascienza....


























Blade Runner di Ridley Scott. Un miracolo per l'occhio. Un orgasmo per l'osservatore, per chi del cinema non ama soltanto il piano narrativo, il racconto, ma anche e soprattutto, il piano visivo. 
Un'opera che taglia letteralmente lo sguardo, che rimane affascinato e si perde in ogni singola inquadratura.








Si potrebbe definire "fantascienza d'autore", o "fantascienza artistica", quella che il maestro Ridley Scott realizza. Un genere da sempre considerato di evasione, rivalutato e connotato di sensi e significati profondi e filosofici. 
Quando Blade Runner uscì nelle sale, il pubblico della fantascienza si era di nuovo abituato al genere, grazie a film come "Star Wars" di George Lucas, "2001: Odissea nello spazio" di Stanley Kubrick, "Incontri ravvicinati del terzo tipo" di Steven Spielberg, "Solaris" di Andrei Tarkovskij e "Alien" dello stesso Ridley Scott. Film che, chi più chi meno, danno molta soddisfazione. Ci sono i laser, ci sono i robot, gli alieni, le astronavi, le galassie inesplorate, i viaggi nel tempo e nello spazio, temi basilari della letteratura e della cinematografia fantascientifica. Poi arriva un film nietzscheano, una distopia filosofica, tetra ed esistenziale, che stravolge i canoni della "science fiction". Un film sporco, con personaggi sporchi. E c'è la bellezza sporca del bagnato, del lurido, dei marciapiedi, dei tombini, della strada. L'idea romantica dell'essere a terra e dello stare a terra. 
All'origine del film c'è uno dei migliori romanzi del padre della letteratura di fantascienza, Philip Dick, "Do androids dream of electric sheep?", noto in Italia come "Il cacciatore di androidi". 
Blade Runner ci racconta la storia di Rick Deckard, interpretato da Harrison Ford, un cacciatori di androidi appunto, nella Los Angeles del 2019. La sua missione è eliminare alcuni replicanti sfuggiti al controllo della compagnia costruttrice, la Tyrell Corporation. 
L'idea geniale del film è l'inserimento di un detective anni '40 in un contesto futuristico. Schivo, scontroso, munito dell'inseparabile pistola, vestito col classico impermeabile di un detective o di un ispettore di polizia, come Colombo, Callaghan, Maigret e tanti altri.  






Ma ciò che sorprende è la qualità premonitrice di questo film. La sua capacità di anticipare il nostro futuro e le nostre inquietudini, proponendoci una società multietnica e stratificata che è ormai diventata la nostra quotidianità. 
Questo futuro non è incontaminato come quello di  "Star Trek". Qui si iniziano a vedere i lati negativi della società e dell'umanità.
Si vede un futuro molto diverso dai futuri che abbiamo visto prima, un futuro che appare molto credibile. Non solo differente. Non sembra essere diverso solo per essere diverso. Sembra che qualcuno avesse capito come saremmo andati a finire. Qualcuno ha guardato nel futuro e ha detto: "Sapete molto probabilmente andrà a finire così!".
Nessun film dopo "Metropolis" di Fritz Lang è riuscito a proporci un'immagine così convincente della vita futura, con il suo mix realistico di progresso tecnologico e degrado ambientale.




Il romanticismo stile noir di Blade Runner è uno degli aspetti inconfondibili di un film che ci propone un'immagine notturna di una metropoli cupa, angosciosa, inquinata da una pioggia incessante e dalla sensazione di una notte perpetua. 
Si parla di look alla Blade Runner, di 
visione del futuro alla Blade Runner. Questo basta per definire una certa iconografia. La Los Angeles del 2019, prevista nel film, è talmente influenzata da un'estetica asiatica, al punto che ci sono enormi cartelloni illuminati con donne truccate da geisha che parlano.
La sovrappopolazione, le scene della folla così ricca e varia, e i dettagli sono estremi, dal design delle copertine delle riviste, al design del look dei punk, degli Hare Krishna, dei venditori biologici. Tutto ha un design. Un incrocio tra Tokyo, Honk Kong e la zona di Piccadilly Circus a Londra.



Blade Runner è uno di quei film che non accusano il peso del tempo, nonostante sia praticamente l'ultimo film di fantascienza realizzato utilizzando modellini, miniature ed effetti ottici, senza l'ausilio della computer grafica. L'ultimo film "analogico" della fantascienza.
La cura degli effetti, la particolarità dell'illuminazione, la colonna sonora di Vangelis fanno di Blade Runner un film unico ed irripetibile, che ha avuto un'influenza enorme nel cinema degli ultimi 25 anni, ma anche nel mondo della musica, del costume, della moda, dell'architettura. 
Senza questo film non ci sarebbe stato "Brazil" di Terry Gilliam, per non parlare di "Matrix" dei fratelli Wachoswski, e di tutto il filone "cyberpunk".
Ma lo straordinario impatto visivo del film non deve mettere in secondo piano il lavoro degli attori che hanno dato un contributo sostanziale come nel caso delle giovani Daryl Hannah e Sean Young. 












Una scommessa vincente è stata quella di affidare la parte del leader dei replicanti al semisconosciuto Rutger Hauer che ha davvero portato un valore aggiunto al film. Nella scena della morte di Roy Batty, la scena cult per eccellenza, il suo contributo è stato decisivo, è lui che di sua iniziativa si porta una colomba sul set e improvvisa la battuta storica. 
La dimensione esistenziale è confusa, umani e androidi condividono la stessa incertezza riguardo alla propria natura. 


Sono certo di me stesso perché il mio pensiero me lo conferma, non si può dubitare di se stessi ma chi mi sta di fronte è un soggetto come me o piuttosto... un cyborg? 
Il "cogito ergo sum" di Cartesio non basta più ad avere certezza di se stessi. Queste sono le domande che assillano Rick Deckard.




L'aspetto più importante della nuova e definitiva versione voluta da Scott, il Final Cut, è l'insinuazione del sospetto che il protagonista possa essere proprio ciò che deve uccidere, un replicante. Un sospetto suggerito da una sequenza in prospettiva, quella dell'unicorno.

Questa sequenza però può essere vista come un simbolo. Ed è questo il bello. Il simbolo è ambiguo. Ogni interpretazione personale è lecita e può essere una chiave di lettura. Non deve per forza significare che anche Deckard è un replicante. Se lo si pensa, si ha già sbagliato. La cosa interessante è l'interrogativo. La risposta è stupida. 


In ultima analisi Blade Runner è essenzialmente un'opera di avvertimento. Ci dice di stare attenti. Ci dice: "Guardate dove siamo diretti. Guardate cosa siamo capaci di fare e di farci a vicenda. Non siate dei Replicanti. Non siate persone che obbediscono agli ordini e sparano alle spalle. Siate in contatto con la vostra empatia. Siate umani... più umani degli umani appunto".

mercoledì 2 giugno 2010

L'Amore non muore mai

"Love never dies" ossia "l'amore non muore mai". 
Questo è il filo conduttore, la chiave di lettura più penetrante e il sottotitolo ideale di uno dei miei film preferiti... forse il mio preferito in assoluto. Un film che ho visto un numero spropositato di volte, che però riesce sempre a farmi vivere ogni sorta di emozione. Mi fa piangere e mi fa ridere, mi spaventa e mi eccita allo stesso tempo, ogni volta come se fosse la prima... "Bram Stoker's Dracula" di Francis Ford Coppola. 
Adesso che sto scrivendo, se giro la testa verso destra, attaccato al muro c'è questo poster....


La figura del vampiro più famoso della letteratura mi ha sempre affascinato sin da piccolo, e ancor di più la sua versione cinematografica partorita da un Dio del cinema come Francis Ford Coppola. 
Il personaggio di Dracula infatti è rappresentato dal regista come un "angelo caduto", un moderno Lucifero precipitato dal Paradiso all'Inferno, che fa della malvagità la sua religione, ma senza mai smettere di rimpiangere il Bene a lui ormai precluso.
Dracula è strapotente, ed è inerme. Può entrare in qualsiasi cosa e uscire da qualsiasi cosa. Può rimpicciolire e farsi sottilissimo. Può diventare pipistrello o lupo. Può nascondersi nella nebbia che egli stesso crea, o farsi trasportare dai raggi della luna, come polvere che si infittisce. Può fare tutto questo e altro ancora, ma non è libero: è più prigioniero dello schiavo o del pazzo nella sua cella.









Vive tra l’essere e il non essere, sulla linea che separa il sì dal no, e che li unisce. Padrone e servo, appunto, odiatore e amante, decrepito ed eterno, subumano e sovrumano. Ha la forza e la debolezza del desiderio. Come il desiderio, non può essere combattuto: quello che vuole, infatti, lo compera pagandolo con l’anima. Il sacro e il sacrilego in lui si combattono e si confondono: le loro radici scendono nello stesso luogo. Non a caso in un prologo tanto bello da essere insostenibile, paradossalmente “inguardabile”, realizzato tutto dal figlio Roman, Coppola racconta l’ira bestemmiatrice del conte. Lì, in quella sfida al Bene sommo, il Male sommo fonda sé stesso.











Però a suo modo il vampiro ama ancora, si innamora infatti di Mina, che lui crede essere la reincanrnazione della moglie Elisabeta. Mina, del resto, è molto sensibile alla corte del nobile Vlad e, nonostante il suo legame con il giovane Harker, vorrebbe che il principe la tenesse con sé. "Non mi sono mai sentita così viva", dice Mina, mettendo in evidenza la forza seduttiva del principe delle tenebre.




L'amore si mescola alla morte: lui è un vampiro, lei accetta di bere il suo sangue suggellando così la loro unione (il battesimo del vampiro), ma non può esserci futuro per i due amanti. Mina potrà infatti dimostrare tutto il suo amore a Vlad soltanto dandogli la morte e restituendogli la pace.






Il mondo di Dracula di Coppola non è un mondo orrorifico ma da fiabesco romanzo d'amore. Gli elementi fantastici che lo compongono non mirano alla paura ma alla meraviglia che sempre s'accompagna alla scoperta di un sentimento, soprattutto in chi ne sembrava escluso.




C'è quasi tutto il cinema, proprio quasi tutto. C'è una citazione iniziale, Dracula   che difende la Transilvania dall’invasione dei barbari, che sembra estratta dal "Conan" di John Milius. C’è un’atmosfera notturna e umida, stile "Blade Runner" di Ridley Scott. C’è la steadycam usata con la stessa inquietante verità con la quale Stanley Kubrick ci portava a spasso, con il cuore appeso, lungo i corridoi dell’Overlook Hotel di "Shining". Poi ci sono i film di Coppola e i tanti, precedenti, "Dracula", a partire da quello di Tod Browning con Bela Lugosi del 1931. 





Un grande film sul cinema, un metafilm, un atto d'amore dichiarato. Al punto che Coppola riesce persino a far andare Dracula in una sala cinematografica, quella in cui si proietta un film dei fratelli Lumière, gli inventori del cinema.
Per il resto il film è la storia del romanzo, forse con meno fedeltà, ma con in più una forte carica di erotismo, che attraversa tutto il racconto.





Dracula è trasformato in una macchina d’amore e intorno a lui c’è un inferno (o un paradiso) di donne assetate d’amore. E, si sa, Eros e Thanatos distano poco. Lo spazio di un canino.





venerdì 21 maggio 2010

Video SAVED the radio star



"Una delle cose che faccio quando sto per iniziare un film, quando sto scrivendo ed ho un'idea per la pellicola, è di scorrere la mia collezione di dischi e cominciare a suonare delle canzoni, cercando di trovare la personalità, lo spirito del film. Poi boom! Avere Misirlou in Pulp Fiction sui titoli d'apertura è talmente intenso che equivale a dire "stai guardando un classico, un gran film, mettiti comodo". Se usi la canzone giusta nella scena giusta, se lo fai bene, se scegli delle canzoni e le metti nel film proprio nella giusta sequenza, non c'è cosa più cinematografica che tu possa fare al mondo. Se non avessi i miei dischi, non farei il regista..."  
                           
Quentin Tarantino




Basterà questa riflessione di Tarantino per capire che rapporto c'è fra la musica e il grande schermo? Come convivono cinema e canzoni?
Alcune fra le più grandi scene del cinema non sarebbero state tali senza "quella canzonetta" che arrivando al momento giusto riesce a penetrare l'immaginario e assestarsi nella memoria collettiva.

Che ne sarebbe della partita di pallone in "Marrakech Express" di Gabriele Salvatores senza "La leva calcistica della classe '68" di Francesco De Gregori,



dell'ascesa al successo dello stallone italiano Rocky Balboa in "Rocky III" di Sylvester Stallone senza la mitologica e stracitata "Eye of the tiger" dei Survivor, 




oppure che effetto avrebbe il grande monologo iniziale di Renton (Ewan McGregor) in "Trainspotting" di Danny Boyle, senza l'adrenalinica "Lust for life" di Iggy Pop?






Moretti, Sorrentino, Garrone, Salvatores, Avati, Ozpetek (solo per rimanere in Italia) quali fra questi grandi autori del nostro cinema hanno saputo resistere alla formidabile tentazione di utilizzare la canzone d'autore? Nessuno. Anzi alcuni come Daniele Lucchetti e Paolo Virzì hanno preso in prestito titoli di canzoni per battezzare alcuni loro film, "Mio fratello è figlio unico" e "La prima cosa bella".
Se poi si esce dai confini nazionali, non si ha che l'imbarazzo della scelta, frugando nelle sequenze di Allen, Wilder, Kubrick, Lynch, Altman e tanti altri.
Senza parlare poi dei grandi film musicali come "The Blues Brothers" di John Landis, "Moulin Rouge" di Baz Luhrmann, "Hair" di Milos Forman e "The Rocky Horror Picture Show" di Jim Sharman, solo per citare i miei preferiti.

Nel cinema, il più delle volte la musica è empatica, e quindi riesce ad esprimere direttamente la propria partecipazione all'emozione della scena.

Per ritornare al punto di partenza invertendo il percorso, posso ricordare infine quei formidabili primi cinque minuti de "Le Iene" di Quentin Tarantino. Una manciata di criminali seduti attorno a un tavolo a disquisire sul senso autentico di "Like a virgin" di Madonna. Fra paradossali metafore sessuali, misteriose ragazze orientali e idiosincrasie verso la mancia, arrivano a riconoscersi come simili ricordando le loro giovinezze e le serate trascorse di fronte alla radio in attesa di una canzone che ti cambiasse la vita.

mercoledì 19 maggio 2010

Effetto Notte, Effetto Cinema



Effetto Notte (La nuit americaine) di François Truffaut è il film perfetto per iniziare il mio viaggio nel cinema. 

Effetto notte è un film nel film. E’ quello che di solito si chiama metacinema, è la lavorazione di una pellicola passo dopo passo, come non avevo mai visto prima, come non mi sarei mai aspettato.
Veniamo condotti nel mondo cinematografico in maniera semplice e naturale e apprendiamo alcuni segreti del dietro le quinte, che magari quando vediamo un film non immaginiamo minimamente. Come viene creata la pioggia che passa davanti ad una finestra, o come si gira una scena nella quale i protagonisti si parlano da una finestra ad un’altra, come si reclutano le comparse, come si gira una scena vera e propria, il rapporto che si crea (non sempre) tra il regista e gli attori, tra attori e attori, tra tecnici, segretari, elettricisti, produttori, giornalisti, ecc…Insomma, Effetto notte è il Cinema, quello vero, concreto in ogni singolo aspetto e particolare.




Il film che la troupe deve realizzare si chiama "Je vous present Pamela". Un film che narra di due giovani che si innamorano e che si sposano. Subito dopo vanno a conoscere i genitori di lui e la giovane sposa perde la testa per suo suocero, il quale ricambia il suo amore e decide di scappare con Pamela, lasciando la povera moglie/suocera in lacrime e il marito/figlio arrabbiato più che mai, tant’è che alla fine decide di porre fine alla vita di suo padre uccidendolo con un colpo di pistola all’uscita della metropolitana di Parigi.


Tanti sono i protagonisti, le comparse, i figuranti che passano davanti e “dietro” lo schermo.
Il protagonista assoluto è il signor Ferrand (Truffaut stesso), il regista del film, che la notte ha degli incubi sulla mal riuscita del suo film o su un attore che dimentica la parte piuttosto che un altro che ha problemi amorosi con l’addetta al ciak. 
Ferrand è sempre disponibile verso tutti, mai severo o imponente, riesce a farsi capire dai suoi collaboratori e riesce ad ottenere sempre un buon risultato magari ricorrendo a vie traverse se non può usufruire dell’idea iniziale che magari è andata a monte per un motivo o per l’altro.





Alphonse (Jean-Pierre Léaud), nel ruolo del marito tradito, un pò svampito, innamorato di Liliane, la segretaria di edizione. Alphonse è un giovane attore che fa i capricci come un ragazzino e che rischia di mandare a monte la riuscita del film un paio di volte, ma si fa perdonare per la sua freschezza e istintività nonché per la sua ingenuità che lo rende a tratti simpatico. A causa della sua sfortuna con le donne, si aggira nel set e fuori chiedendo a chiunque gli capiti sottomano se le donne sono delle “maghe”.
Nel ruolo di Pamela possiamo ammirare la bellissima e carismatica (Jacqueline Bisset), il cui vero nome nel film è Julie Baker. Julie è una donna inglese con problemi psicologici alle spalle, che sembra però essersi ripresa alla grande e aver ricominciato a lavorare in maniera professionale.
Nel ruolo della moglie/madre tradita, il signor Ferrand si è “servito” dell’attempata ed esplosiva Séverine (Valentina Cortese) che però ha problemi di alcool e di memoria soprattutto. A lei è affidata la parte esilarante e divertente di questo film, quando sbaglia tre - quattro volte la porta da aprire, o la battuta da recitare. I suoi sprazzi di allegria mista a tristezza sono così fuori dagli schemi che strappano numerosi sorrisi.
Infine, abbiamo Alexandre il marito adultero che si innamora della giovane e bellissima nuora, l’attore noto come sciupafemmine (Jean-Pierre Aumont), che aveva avuto in gioventù una storia con Séverine e che ora invece, divenuto “vecchio”, ha deciso che è il momento di mettere la testa a posto e di adottare un figlio.

Il bello di questo film è la coralità estrema che ci viene mostrata, perché i protagonisti non sono solo il regista e gli attori succitati, ma anche i costumisti, i truccatori, i produttori, i segretari, i tecnici, i factotum, tutti insomma. E tutti messi sullo stesso piano senza atteggiamenti snobistici di superiorità da parte di attori protagonisti e non, anzi, con sentimenti amichevoli per tutti e verso tutti. Si respira un’aria fresca di un'allegra combriccola complice e unita in ogni singola avversità o difficoltà.

La storia di Effetto notte è semplice e lineare, è in pratica la lavorazione dalla A alla Z di un film e non può non essere per un appassionato ed un amante  di cinema che una pellicola da ricordare e da custodire gelosamente per la sua unicità e rarità.
Truffaut non prende in giro nessuno, ci racconta sinceramente quello che avviene, o che può avvenire, durante una ripresa, tra gli attori di un film, al regista stesso e via dicendo e lo fa con una semplicità e una chiarezza tali da risultare quasi un documentario più che un vero e proprio film.
Effetto notte (La nuit amèrìcaine) è un film ricco di citazioni e autocitazioni e ci mostra, soprattutto il modo di girare i film proprio del grande Truffaut, qui alla sua tredicesima pellicola, il suo bagaglio culturale (in una scena riceve dei libri per posta: sono manuali di regia, da Buñuel, a Godard, da Renoir a Bergman, da Dreyer a Lubitsch; ma numerosi sono gli attori, i registi, i film a cui si fa rimando e richiamo in ogni singola battuta o scena del film), il suo smisurato amore per il cinema che trasuda e trabocca in ogni singola ripresa, inquadratura, scena.


lunedì 17 maggio 2010

Ciak... si scrive!!!

Luci... tastiera... dita...

Ciak... si scrive!

Benvenuti 'o voi internauti dal clic veloce,
cercatori di risposte e cercatori di domande.
Benvenuti nello spazio del dubbio atroce
dove le certezze son poche e le indecisioni son tante.

Benvenuti nel virtual virtuosismo di codesto loco,
in cui l'incubo prende forma e cammina col fuoco.
Benvenuti nella mente che cancella e scrive,
e che della settima arte soltanto vive.


Un breve sonetto improvvisato e ispirato al cinema  per inaugurare questo nuovo spazio di idee, questa nuova avventura nella rete delle reti per diffondere un pò di CINEMANIA pura, senza se e senza ma.


...... verso l'infinito ed oltre!